Blog di Raffaele Felaco

Autore: Raffaele Felaco (Pagina 4 di 7)

Il seme di albicocca non mi bastava

Il seme di albicocca non mi bastava! Occorrevano molti giorni di duro lavoro per trasformarlo in un fischietto. Stando seduti su un gradino, della scalinata che conduceva al nobile giardino di mia nonna, bisognava sfregarlo fino a che, consumato, si creava un foro tondo e perfetto. Questo lavoro avveniva pigramente nel mentre si parlava, raccontavano storie e altre fesserie, alternato a momenti di pericolosa competizione sulla velocità di sfregamento che, se non si era abili, poteva provocare il sanguinamento dei polpastrelli.
Il sangue vivo mi ha sempre inquietato e proprio non capivo la foga di questi bambini che accettavano il rischio pur di vincere la competizione.
Oggi i bambini usano abilmente le dita per smanettare su videogiochi, altrettanto competitivi anche se “diversamente pericolosi”. Si potrà nostalgicamente obiettare che almeno quelle competizioni erano meno cruente, non bisognava “uccidere” venti avversari per raggiungere la meta o buttare giù un intero quartiere per raggiungere la bella o il tesoro. Che avvenivano all’interno di relazioni e non nel virtuale senza alcun confronto con l’altro e per questo perlomeno più reali.
Da bambino non capivo la foga delle competizioni col seme ed ora non capisco la foga nelle competizioni col videogioco, è proprio che non capisco le competizioni… con la foga.
Proprio non vedevo in quel seme che si forava più velocemente o col buco più tondo, l’espressione della realizzazione di parti vincenti di me stesso. Un poco più interessanti erano i giochi delle bambine: “mamma e figlio”, “la settimana”, il salto con la corda, i quattro cantoni. Ma neanche questi erano divertenti.
Il divertimento cominciava quando a fine giugno iniziava la “Fiera della casa” e per pubblicizzarla, trasmettevano per tutto il periodo i film in televisione. La possibilità di stare per due ore, chiusi in casa, la mattina e al buio era per me fonte di grande piacere. Vedere i film significava conoscere luoghi lontani, nei quali mai sarei stato, conoscere storie di persone interessanti, diverse da quelle che conoscevo e… non c’era mai sangue! Erano film americani degli anni cinquanta, caramellosi e zeppi di buoni sentimenti dove le persone avevano storie, si rispettavano e si aiutavano. Capivo che non era realtà ma mi piaceva lo stesso. L’altro grande piacere era stare su un albero ad immaginare storie magari anche ispirate dai film. La mia sensazione era che “nel mio dentro” fossero più reali i personaggi dei film o quelle delle storie che immaginavo che non le persone in carne ed ossa che mi circondavano.
Ebbene lo confesso: ho vissuto tutta la vita in questo stato di coscienza e continuerò tenacemente a farlo! Continuerò ad immaginare persone gentili e solidali che si rispettano e si vogliono bene. Che hanno storie di gioie e dolore e che non perdono mai la dignità. Ne ho conosciute e frequentate tante. A volte delle persone sono cambiate e sono diventate competitive a fare il buco più tondo al seme. Ed ecco che per me sono diventate irreali come quei bambini sugli scalini, che mai saliranno.


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L’agave e gli esami

L’inizio degli esami di diploma è sempre occasione di grande interesse per tutti. I giornali ne parlano le famiglie seguono con interesse la vicenda di qualsiasi loro membro coinvolto, anche se nipote acquisito della moglie dello zio. Nella nostra società e sicuramente diventato un rito di passaggio, tanto che è definito “esame di maturità”. C’è in tutti la non celata aspettativa che dal superamento di questo esame “nasca” un adulto e che un altro adulto della nostra famiglia dia una mano al suo progredire. Un rito così importante coinvolge tutta la Società e mette sotto potenti ed impietosi riflettori, (quelli che lasciano vedere tutte le rughe), il mondo adulto e la sua cultura. Apparentemente si valuta la cultura dei ragazzi, se conoscono Manzoni o la Costituzione se traducono bene Platone o Seneca o se trovano la soluzione al compito di matematica. Ma questo anche se si pensa sia la questione in effetti è solo una parte del tutto. E’ quello che gli psicologi chiamano il piano di contenuto. Gli aspetti di relazione, di trasmissione del sistema valoriale, sfugge, si nasconde, viene occultato. Con quali raccomandazioni i genitori mandano i giovani pargoli alla grande prova? Li hanno aiutati a preparare i bigliettini da cui copiare? Hanno telefonato al vecchio compagno di studi ora prof della commissione? E i commissari come si comportano sono rigorosi nei controlli? O identificati in ruoli inefficacemente protettivi, chiudono due occhi e le orecchie pure?
In questo contesto il titolo di un quotidiano mi è esploso in viso provocandomi un trauma facciale creando una innaturale espressione tra la risata e lo spavento: “Un ragazzo su tre va all’esame col suo amuleto”. Un comportamento così diffuso è evidentemente nelle radici culturali di una società e la influenza in tutte le sue espressioni dalla socialità alla progettualità. Se l’amuleto, “l’abilità frodativa” o l’intervento esterno saranno potenti qualsiasi prova si può superare!
Mi sono ricordato dell’agave sui pilastri del cancello d’ingresso del giardino della mia infanzia che mia nonna chiamava “’a miria” (l’invidia). Le chiesi il perché di quel nome e mi spiegò che serviva a proteggere il giardino degli sguardi degli invidiosi. Come si sa l’erba del vicino è sempre più verde e l’agave con le sue tante spine, provvedeva ad accecare l’occhio malevolo. Restai perplesso ma iniziai ad osservare gli ingressi di ville e giardini verificando che non solo mia nonna ma tutti, proprio tutti, avevano sugli ingressi le pungenti agavi. Salendo la via panoramica di Posillipo, ancora oggi, sugli ingressi delle antiche, nobili e raffinate ville campeggiano le umili agavi. Non so se gli attuali occupanti ne conoscono il significato ma ormai l’agave è entrata nella cultura civica meridionale. Proprio non vorrei che i pizzini arrotolati a sigaretta avessero la stessa sorte!


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Il soffione

L’immagine che caratterizza questo blog è il soffione. Si tratta del frutto del tarassaco una piantina infestante della famiglia delle cicorie che riempie i nostri prati di fiorellini di un giallo intenso che a guardarli ci si abbaglia. Quando scelsi il soffione per rappresentare le attività politiche che organizzavo fu per l’umiltà del fiore, è appunto considerata un’erba infestante, lo troviamo nei campi, ai margini delle strade nei giardinetti, ovunque ci sia un poco di terra. La facilità con cui propaga i suoi semi è straordinaria: ha dotato ogni seme di un piccolo paracadute che condotto dal vento si sparge dappertutto. Mi affascina la sua evoluzione semplice e straordinariamente complessa allo stesso tempo. Di questa pianta si utilizza tutto. Le radici essiccate e macinate danno un decotto simile al caffè. I boccioli si conservano in aceto e sono una leccornia. I teneri germogli in insalata e le foglie adulte nelle minestre, ha molte utili proprietà per l’organismo umano. Le api amano molto i suoi fiori che sono del loro colore preferito e belli pieni di ottimo nettare.

Alle elementari, ogni volta che potevo, correvo in campagna in cerca di avventure coi miei compagni figli di contadini. Desideravo imparare tutto, i nomi delle piante dei fiori i metodi di coltivazione raccolta e tutto quanto sapessero dell’agricoltura. Grande fascino avevano per me le storie. Era scontato che le storie, le superstizioni, i racconti di paura dei contadini avessero un senso. Mi era chiaro, perché avevo avuto una educazione creazionista molto rigorosa, pertanto ero convinto che Dio avesse creato ogni cosa della natura per una precisa ragione. Quindi se i contadini avevano una idea radicata una ragione doveva esserci! Forte era l’eccitazione intellettuale che mi prendeva quando ritenevo di aver carpito le ragioni o le fonti originarie di queste credenze. (Non dovevo sottoporle a verifica ne comunicarle quindi potevo godere dell’emozione delle “scoperte” in beata solitudine). Una di queste credenze riguardava proprio il tarassaco. Il suo giallo fiore era chiamato “maluocchio” e non bisognava guardarlo altrimenti si restava accecati. Giravamo alla larga e lasciavamo in pace questa povera piantina. Appena però il fiore si trasformava in soffione ci precipitavamo nei prati per soffiarli motivati ancora una volta da una credenza: pensiamo ad una persona, se nel soffio tutti i semi volano via, questa ci vuole bene.

Quando una tenera psicologa, cresciuta in un piccolo paese contadino della Puglia, ha visto le immagini del soffione che divulgavo, mi ha raccontato di un’altra credenza: per noi questi semi erano Angeli, se entravano in casa, bisognava raccoglierli con grande delicatezza per non danneggiarli e soffiarli via nel cielo.

Naturalmente non posso sapere se era proprio nelle intenzioni del tarassaco ispirarci tutte queste credenze, allo scopo di aiutarlo a propagare i suoi geni. Mi piace pensare però che ci sia un legame tra noi e le piante, tra i loro e i nostri bisogni e che la “cultura” degli Uomini possa essere di aiuto alla crescita in un’armonia tra tutte le specie. E poi questo tarassaco somiglia proprio alle persone che più amo: semplici e di sostanza.


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