Blog di Raffaele Felaco

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L’agave e gli esami

L’inizio degli esami di diploma è sempre occasione di grande interesse per tutti. I giornali ne parlano le famiglie seguono con interesse la vicenda di qualsiasi loro membro coinvolto, anche se nipote acquisito della moglie dello zio. Nella nostra società e sicuramente diventato un rito di passaggio, tanto che è definito “esame di maturità”. C’è in tutti la non celata aspettativa che dal superamento di questo esame “nasca” un adulto e che un altro adulto della nostra famiglia dia una mano al suo progredire. Un rito così importante coinvolge tutta la Società e mette sotto potenti ed impietosi riflettori, (quelli che lasciano vedere tutte le rughe), il mondo adulto e la sua cultura. Apparentemente si valuta la cultura dei ragazzi, se conoscono Manzoni o la Costituzione se traducono bene Platone o Seneca o se trovano la soluzione al compito di matematica. Ma questo anche se si pensa sia la questione in effetti è solo una parte del tutto. E’ quello che gli psicologi chiamano il piano di contenuto. Gli aspetti di relazione, di trasmissione del sistema valoriale, sfugge, si nasconde, viene occultato. Con quali raccomandazioni i genitori mandano i giovani pargoli alla grande prova? Li hanno aiutati a preparare i bigliettini da cui copiare? Hanno telefonato al vecchio compagno di studi ora prof della commissione? E i commissari come si comportano sono rigorosi nei controlli? O identificati in ruoli inefficacemente protettivi, chiudono due occhi e le orecchie pure?
In questo contesto il titolo di un quotidiano mi è esploso in viso provocandomi un trauma facciale creando una innaturale espressione tra la risata e lo spavento: “Un ragazzo su tre va all’esame col suo amuleto”. Un comportamento così diffuso è evidentemente nelle radici culturali di una società e la influenza in tutte le sue espressioni dalla socialità alla progettualità. Se l’amuleto, “l’abilità frodativa” o l’intervento esterno saranno potenti qualsiasi prova si può superare!
Mi sono ricordato dell’agave sui pilastri del cancello d’ingresso del giardino della mia infanzia che mia nonna chiamava “’a miria” (l’invidia). Le chiesi il perché di quel nome e mi spiegò che serviva a proteggere il giardino degli sguardi degli invidiosi. Come si sa l’erba del vicino è sempre più verde e l’agave con le sue tante spine, provvedeva ad accecare l’occhio malevolo. Restai perplesso ma iniziai ad osservare gli ingressi di ville e giardini verificando che non solo mia nonna ma tutti, proprio tutti, avevano sugli ingressi le pungenti agavi. Salendo la via panoramica di Posillipo, ancora oggi, sugli ingressi delle antiche, nobili e raffinate ville campeggiano le umili agavi. Non so se gli attuali occupanti ne conoscono il significato ma ormai l’agave è entrata nella cultura civica meridionale. Proprio non vorrei che i pizzini arrotolati a sigaretta avessero la stessa sorte!


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Il soffione

L’immagine che caratterizza questo blog è il soffione. Si tratta del frutto del tarassaco una piantina infestante della famiglia delle cicorie che riempie i nostri prati di fiorellini di un giallo intenso che a guardarli ci si abbaglia. Quando scelsi il soffione per rappresentare le attività politiche che organizzavo fu per l’umiltà del fiore, è appunto considerata un’erba infestante, lo troviamo nei campi, ai margini delle strade nei giardinetti, ovunque ci sia un poco di terra. La facilità con cui propaga i suoi semi è straordinaria: ha dotato ogni seme di un piccolo paracadute che condotto dal vento si sparge dappertutto. Mi affascina la sua evoluzione semplice e straordinariamente complessa allo stesso tempo. Di questa pianta si utilizza tutto. Le radici essiccate e macinate danno un decotto simile al caffè. I boccioli si conservano in aceto e sono una leccornia. I teneri germogli in insalata e le foglie adulte nelle minestre, ha molte utili proprietà per l’organismo umano. Le api amano molto i suoi fiori che sono del loro colore preferito e belli pieni di ottimo nettare.

Alle elementari, ogni volta che potevo, correvo in campagna in cerca di avventure coi miei compagni figli di contadini. Desideravo imparare tutto, i nomi delle piante dei fiori i metodi di coltivazione raccolta e tutto quanto sapessero dell’agricoltura. Grande fascino avevano per me le storie. Era scontato che le storie, le superstizioni, i racconti di paura dei contadini avessero un senso. Mi era chiaro, perché avevo avuto una educazione creazionista molto rigorosa, pertanto ero convinto che Dio avesse creato ogni cosa della natura per una precisa ragione. Quindi se i contadini avevano una idea radicata una ragione doveva esserci! Forte era l’eccitazione intellettuale che mi prendeva quando ritenevo di aver carpito le ragioni o le fonti originarie di queste credenze. (Non dovevo sottoporle a verifica ne comunicarle quindi potevo godere dell’emozione delle “scoperte” in beata solitudine). Una di queste credenze riguardava proprio il tarassaco. Il suo giallo fiore era chiamato “maluocchio” e non bisognava guardarlo altrimenti si restava accecati. Giravamo alla larga e lasciavamo in pace questa povera piantina. Appena però il fiore si trasformava in soffione ci precipitavamo nei prati per soffiarli motivati ancora una volta da una credenza: pensiamo ad una persona, se nel soffio tutti i semi volano via, questa ci vuole bene.

Quando una tenera psicologa, cresciuta in un piccolo paese contadino della Puglia, ha visto le immagini del soffione che divulgavo, mi ha raccontato di un’altra credenza: per noi questi semi erano Angeli, se entravano in casa, bisognava raccoglierli con grande delicatezza per non danneggiarli e soffiarli via nel cielo.

Naturalmente non posso sapere se era proprio nelle intenzioni del tarassaco ispirarci tutte queste credenze, allo scopo di aiutarlo a propagare i suoi geni. Mi piace pensare però che ci sia un legame tra noi e le piante, tra i loro e i nostri bisogni e che la “cultura” degli Uomini possa essere di aiuto alla crescita in un’armonia tra tutte le specie. E poi questo tarassaco somiglia proprio alle persone che più amo: semplici e di sostanza.


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Questo Blog è una camelia recisa

Era una camelia japonica bianca, la pianta più ammirata e amata nel giardino di mia nonna Angela. Un esemplare che passava i cento anni dal portamento solido ed elegante. Mia nonna opponeva un netto e solenne rifiuto ai più che le chiedevano di recidere qualche fiore, non per diletto si intende, ma per portarlo alla Madonna o al cimitero. Sosteneva che la pianta ne soffrisse con tanta convinzione che me ne convinsi anch’io. Regalava però, tutti gli altri fiori del giardino, a queste donne richiedenti, per i solenni adempimenti.
I bambini del circondario mi annoiavano e preferivo passare lunghi pomeriggi d’estate solo nel giardino, ad osservare le piante i fiori, coglierne le differenze, nel portamento, nelle caratteristiche degli steli, nel profumo e nei colori. Oppure arrampicarmi su un albero e restarci delle ore a fantasticare. Quasi tutte le cose belle che mi sono poi accadute nella vita, le ho fantasticate-progettate in cima a quegli alberi a otto/nove anni. Mia nonna mi lasciava spazio, e almeno in apparenza, aveva grande considerazioni delle mie osservazioni e “scoperte” botaniche.
Potevo passare l’intero pomeriggio seduto sotto la camelia a leggere un libro o a sognare, senza che mi interrompesse una sola volta. Mi sentivo padrone del mio tempo, della mia vita, come mai più mi è capitato!
Una volta mi chiamò e mi fece raccogliere tre camelie che consegnò ad una mesta signora dall’età indefinibile, interamente vestita di nero con i capelli grigi raccolti dietro la testa. Restai fermo ad osservare questa che si allontanava e lei anticipando la mia domanda sibillò: “o vuleva bbene”! Teorizzai che la camelia e lei leggessero nei cuori e si donassero solo a quelli puri.

Dalla pianta della mia vita ho staccato molte camelie ed in quel momento ho sempre creduto che le stessi donando a cuori puri. Anche quando le cose si sono complicate ho serbato sempre questa prima emozione pur adeguando il comportamento ai piani di realtà. Non mi sono sentito depredato piuttosto mi è sembrato che sul mio albero ne spuntassero delle altre e ne restassero sempre tante.

Questo Blog è una camelia bianca recisa! Sento che chi lo legge è un cuore puro, è animato da sentimenti belli di colleganza e interessato ad azioni positive per la vita sociale e la nostra professione. Sarà bello fare insieme un percorso di conoscenza e ideazione. Un percorso durante il quale sentiremo il profumo dei fiori che spunteranno e il dispiacere per quelli che appassiranno. Un percorso che farà germogliare sull’albero di ciascuno tanti altri teneri boccioli.


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