L’inizio degli esami di diploma è sempre occasione di grande interesse per tutti. I giornali ne parlano le famiglie seguono con interesse la vicenda di qualsiasi loro membro coinvolto, anche se nipote acquisito della moglie dello zio. Nella nostra società e sicuramente diventato un rito di passaggio, tanto che è definito “esame di maturità”. C’è in tutti la non celata aspettativa che dal superamento di questo esame “nasca” un adulto e che un altro adulto della nostra famiglia dia una mano al suo progredire. Un rito così importante coinvolge tutta la Società e mette sotto potenti ed impietosi riflettori, (quelli che lasciano vedere tutte le rughe), il mondo adulto e la sua cultura. Apparentemente si valuta la cultura dei ragazzi, se conoscono Manzoni o la Costituzione se traducono bene Platone o Seneca o se trovano la soluzione al compito di matematica. Ma questo anche se si pensa sia la questione in effetti è solo una parte del tutto. E’ quello che gli psicologi chiamano il piano di contenuto. Gli aspetti di relazione, di trasmissione del sistema valoriale, sfugge, si nasconde, viene occultato. Con quali raccomandazioni i genitori mandano i giovani pargoli alla grande prova? Li hanno aiutati a preparare i bigliettini da cui copiare? Hanno telefonato al vecchio compagno di studi ora prof della commissione? E i commissari come si comportano sono rigorosi nei controlli? O identificati in ruoli inefficacemente protettivi, chiudono due occhi e le orecchie pure?
In questo contesto il titolo di un quotidiano mi è esploso in viso provocandomi un trauma facciale creando una innaturale espressione tra la risata e lo spavento: “Un ragazzo su tre va all’esame col suo amuleto”. Un comportamento così diffuso è evidentemente nelle radici culturali di una società e la influenza in tutte le sue espressioni dalla socialità alla progettualità. Se l’amuleto, “l’abilità frodativa” o l’intervento esterno saranno potenti qualsiasi prova si può superare!
Mi sono ricordato dell’agave sui pilastri del cancello d’ingresso del giardino della mia infanzia che mia nonna chiamava “’a miria” (l’invidia). Le chiesi il perché di quel nome e mi spiegò che serviva a proteggere il giardino degli sguardi degli invidiosi. Come si sa l’erba del vicino è sempre più verde e l’agave con le sue tante spine, provvedeva ad accecare l’occhio malevolo. Restai perplesso ma iniziai ad osservare gli ingressi di ville e giardini verificando che non solo mia nonna ma tutti, proprio tutti, avevano sugli ingressi le pungenti agavi. Salendo la via panoramica di Posillipo, ancora oggi, sugli ingressi delle antiche, nobili e raffinate ville campeggiano le umili agavi. Non so se gli attuali occupanti ne conoscono il significato ma ormai l’agave è entrata nella cultura civica meridionale. Proprio non vorrei che i pizzini arrotolati a sigaretta avessero la stessa sorte!


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