Il seme di albicocca non mi bastava! Occorrevano molti giorni di duro lavoro per trasformarlo in un fischietto. Stando seduti su un gradino, della scalinata che conduceva al nobile giardino di mia nonna, bisognava sfregarlo fino a che, consumato, si creava un foro tondo e perfetto. Questo lavoro avveniva pigramente nel mentre si parlava, raccontavano storie e altre fesserie, alternato a momenti di pericolosa competizione sulla velocità di sfregamento che, se non si era abili, poteva provocare il sanguinamento dei polpastrelli.
Il sangue vivo mi ha sempre inquietato e proprio non capivo la foga di questi bambini che accettavano il rischio pur di vincere la competizione.
Oggi i bambini usano abilmente le dita per smanettare su videogiochi, altrettanto competitivi anche se “diversamente pericolosi”. Si potrà nostalgicamente obiettare che almeno quelle competizioni erano meno cruente, non bisognava “uccidere” venti avversari per raggiungere la meta o buttare giù un intero quartiere per raggiungere la bella o il tesoro. Che avvenivano all’interno di relazioni e non nel virtuale senza alcun confronto con l’altro e per questo perlomeno più reali.
Da bambino non capivo la foga delle competizioni col seme ed ora non capisco la foga nelle competizioni col videogioco, è proprio che non capisco le competizioni… con la foga.
Proprio non vedevo in quel seme che si forava più velocemente o col buco più tondo, l’espressione della realizzazione di parti vincenti di me stesso. Un poco più interessanti erano i giochi delle bambine: “mamma e figlio”, “la settimana”, il salto con la corda, i quattro cantoni. Ma neanche questi erano divertenti.
Il divertimento cominciava quando a fine giugno iniziava la “Fiera della casa” e per pubblicizzarla, trasmettevano per tutto il periodo i film in televisione. La possibilità di stare per due ore, chiusi in casa, la mattina e al buio era per me fonte di grande piacere. Vedere i film significava conoscere luoghi lontani, nei quali mai sarei stato, conoscere storie di persone interessanti, diverse da quelle che conoscevo e… non c’era mai sangue! Erano film americani degli anni cinquanta, caramellosi e zeppi di buoni sentimenti dove le persone avevano storie, si rispettavano e si aiutavano. Capivo che non era realtà ma mi piaceva lo stesso. L’altro grande piacere era stare su un albero ad immaginare storie magari anche ispirate dai film. La mia sensazione era che “nel mio dentro” fossero più reali i personaggi dei film o quelle delle storie che immaginavo che non le persone in carne ed ossa che mi circondavano.
Ebbene lo confesso: ho vissuto tutta la vita in questo stato di coscienza e continuerò tenacemente a farlo! Continuerò ad immaginare persone gentili e solidali che si rispettano e si vogliono bene. Che hanno storie di gioie e dolore e che non perdono mai la dignità. Ne ho conosciute e frequentate tante. A volte delle persone sono cambiate e sono diventate competitive a fare il buco più tondo al seme. Ed ecco che per me sono diventate irreali come quei bambini sugli scalini, che mai saliranno.


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