L’immagine che caratterizza questo blog è il soffione. Si tratta del frutto del tarassaco una piantina infestante della famiglia delle cicorie che riempie i nostri prati di fiorellini di un giallo intenso che a guardarli ci si abbaglia. Quando scelsi il soffione per rappresentare le attività politiche che organizzavo fu per l’umiltà del fiore, è appunto considerata un’erba infestante, lo troviamo nei campi, ai margini delle strade nei giardinetti, ovunque ci sia un poco di terra. La facilità con cui propaga i suoi semi è straordinaria: ha dotato ogni seme di un piccolo paracadute che condotto dal vento si sparge dappertutto. Mi affascina la sua evoluzione semplice e straordinariamente complessa allo stesso tempo. Di questa pianta si utilizza tutto. Le radici essiccate e macinate danno un decotto simile al caffè. I boccioli si conservano in aceto e sono una leccornia. I teneri germogli in insalata e le foglie adulte nelle minestre, ha molte utili proprietà per l’organismo umano. Le api amano molto i suoi fiori che sono del loro colore preferito e belli pieni di ottimo nettare.

Alle elementari, ogni volta che potevo, correvo in campagna in cerca di avventure coi miei compagni figli di contadini. Desideravo imparare tutto, i nomi delle piante dei fiori i metodi di coltivazione raccolta e tutto quanto sapessero dell’agricoltura. Grande fascino avevano per me le storie. Era scontato che le storie, le superstizioni, i racconti di paura dei contadini avessero un senso. Mi era chiaro, perché avevo avuto una educazione creazionista molto rigorosa, pertanto ero convinto che Dio avesse creato ogni cosa della natura per una precisa ragione. Quindi se i contadini avevano una idea radicata una ragione doveva esserci! Forte era l’eccitazione intellettuale che mi prendeva quando ritenevo di aver carpito le ragioni o le fonti originarie di queste credenze. (Non dovevo sottoporle a verifica ne comunicarle quindi potevo godere dell’emozione delle “scoperte” in beata solitudine). Una di queste credenze riguardava proprio il tarassaco. Il suo giallo fiore era chiamato “maluocchio” e non bisognava guardarlo altrimenti si restava accecati. Giravamo alla larga e lasciavamo in pace questa povera piantina. Appena però il fiore si trasformava in soffione ci precipitavamo nei prati per soffiarli motivati ancora una volta da una credenza: pensiamo ad una persona, se nel soffio tutti i semi volano via, questa ci vuole bene.

Quando una tenera psicologa, cresciuta in un piccolo paese contadino della Puglia, ha visto le immagini del soffione che divulgavo, mi ha raccontato di un’altra credenza: per noi questi semi erano Angeli, se entravano in casa, bisognava raccoglierli con grande delicatezza per non danneggiarli e soffiarli via nel cielo.

Naturalmente non posso sapere se era proprio nelle intenzioni del tarassaco ispirarci tutte queste credenze, allo scopo di aiutarlo a propagare i suoi geni. Mi piace pensare però che ci sia un legame tra noi e le piante, tra i loro e i nostri bisogni e che la “cultura” degli Uomini possa essere di aiuto alla crescita in un’armonia tra tutte le specie. E poi questo tarassaco somiglia proprio alle persone che più amo: semplici e di sostanza.


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